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Sam Falls

Colori, pigmenti mutanti e decolorazioni: l'universo di Sam Falls, artista di Los Angeles oggi in mostra a Roma

Cresciuto d’inverno nelle foreste del nord-est americano e d’estate nel sole della California, il losangelino Sam Falls è riuscito a portare il meglio di entrambi i mondi nella sua pratica artistica, utilizzando il tempo e lo spazio come strumenti di lavoro. Eletto da Forbes tra i “30 Under 30″ artisti e designer da tenere d’occhio, in questa breve intervista ci parla di autorialità, stili di vita, libri, e di come estrarre il colore dalla pellicola al computer, alla stampa, al dipinto. Una sua personale è in corso a Roma al T293 in questi giorni a Roma e fino al 15 febbraio.

 

Nella sua ultima mostra da Balice Hertling a Parigi, ha presentato una serie di lavori tessili ottenuti tramite un processo molto particolare: lasciando una coperta all’aperto per sei mesi con appoggiato sopra un pallet da spedizioni, così che l’esposizione alla luce facesse scolorire il tessuto lasciandovi un’impressione naturale.

 

In un’altra mostra recente, alla Galerie Eva Presenhuber a Zurigo, ha esposto una serie di coloratissime sculture verniciate da un lato con pigmenti con protezione per i raggi UV, dall’altro lato non dotati di questa protezione: in questo modo, le sculture sono destinate a evolversi e mutare a seconda della loro collocazione, degli elementi e della luce a cui saranno esposti.

 

 

Che relazione c’è tra questi lavori e il fatto di essere cresciuto nel sole della California? Possiamo dire che il paesaggio, gli elementi naturali e il tempo sono divenuti un vero e proprio medium della tua pratica artistica?

 

È una buona domanda e comincio con il chiarire che non sono cresciuto in California – sebbene il mio curriculum dica “nato a San Diego, vive e lavora a Los Angeles”, a cinque anni mi sono trasferito con mia madre in Vermont, praticamente agli antipodi! Passavo sempre l’estate con mio padre in California – ha vissuto a Los Angeles, Topanga, Westminster, e adoravo stare lì con lui, surfare, andare al cinema, ma la mia comfort zone è quella dei boschi del nord-est degli Stati Uniti, dove sono cresciuto in una fattoria. Ora vivo a Los Angeles da due anni, mi sono trasferito qui per realizzare queste opere in cui era necessaria l’esposizione al sole – già prima volavo qui almeno quattro o cinque volte l’anno, per farlo, ora invece torno spesso in Vermont o ad Upstate New York quando sono alle prese con opere in cui è necessaria l’esposizione alla pioggia. Quindi sì, possiamo decisamente dire che il sole e la pioggia sono veri e propri mezzi espressivi per me – a tutti gli effetti strumenti necessari per realizzare l’opera. L’immagine del pallet è prodotta dalla luce solare invece che da un processo fotografico meccanico e chimico; allo stesso modo, l’astrazione di forme e colori è generata spontaneamente, senza il mio intervento. In altre parole, io non impongo affatto la mia volontà sul risultato formale dell’opera, che è solo l’esito dello spazio e del tempo in cui essa prende forma.

 

 

Come sono la vita e la scena artistica a Los Angeles?

 

È fantastico, ho l’impressione di guadagnare un anno di vita per ogni anno che sto qui, il cibo e lo stile di vita sono davvero salutari, ora ho persino dei cani, mi sveglio preso al mattino e faccio surf. Allo stesso tempo, trovo che la vita qui sia molto produttiva perché è più facile rimanere soli e concentrarsi senza distrazioni, ho tempo per leggere e scrivere come a New York non riuscivo più a fare. Anche la scena artistica è molto interessante, sono sempre di più gli studenti che decidono di fermarsi invece di trasferirsi, e allo stesso tempo ci sono gallerie fantastiche, come quella di Hannah Hoffman, che si occupano di arte contemporanea in una prospettiva storica.

 

 

Il tuo precedente ciclo di lavori, raccolto nel libro Paint Paper Palms (Dashwood Books, 2011), consiste in una serie di coloratissime immagini a metà tra pittura e fotografia, ottenute intervenendo con Photoshop e successivamente con pittura acrilica su scatti quotidiani. Di questi lavori hai detto, “Dalla pellicola alla pittura digitale alla pittura su carta, mi sposto dal contenuto al colore alla forma, e ritorno”. Come spiegheresti, in quest’ottica, il tuo interesse per il colore?

 

Il mio interesse per il colore è di natura prettamente concettuale, piuttosto che estetica. Per esempio, per la serie di lavori su tessuto realizzata con i copertoni, il poliestere sintetico che ho scelto di utilizzare era disponibile a catalogo in quindici colori e così ne è risultata una serie in quindici pezzi.
Nelle fotografie dipinte, selezionavo su Photoshop un pixel, isolando una delle miriadi di sfumature di verde di una foresta. Stendevo una pennellata di questo colore con Photoshop, poi stampavo l’immagine su carta e successivamente replicavo la tinta in acrilico nel mio studio oppure all’Home Depot, in un lungo processo di estrazione di un colore che era praticamente invisibile nell’immagine originale e diviene infine la componente dominante dell’opera. In questo modo, non solo porto quel colore in tutto il tragitto dalla pellicola al computer, dalla stampa alla pittura, ma estendo il processo temporale di produzione di una fotografia in quello di realizzazione di un dipinto.

 

 

Nel corso degli anni hai realizzato un certo numero di libri d’artista, anzi sembra che – un po’ come faceva un artista come Ed Ruscha – ci sia un libro per ogni serie di opere. Consideri la tua produzione editoriale come qualcosa che, nel documentare l’opera, la completa?

 

Realizzare un libro per me ha a che fare con la possibilità di produrre un oggetto democratico. Ho cominciato quando ero a scuola, volevo condividere il lavoro prima ancora di avere occasioni di esporlo e trovavo che il libro fosse un supporto più interessante di Internet. Ora è anche un modo per tenere un archivio del lavoro nel momento in cui mi lascia per sempre – un momento di distacco di cui spesso si sottovaluta l’impatto per un artista. E in più, come giustamente osservi, i libri funzionano come una forma di ricapitolazione concettuale di ogni progetto e servono per mostrarne il processo di creazione invece che soltanto le vedute d’installazione in mostra, dal momento che il making of è sempre la parte più importante per me.

 

 

Li collezioni anche, i libri? C’è qualche volume che vorresti raccomandare a chi ci legge?

Ne compro tantissimi! Sempre più mi ritrovo a collezionare tutto quello che fanno certi artisti o certi editori – un po’ come succede con la musica. Mi piacciono tutti i libri di Oscar Tuazon e di Gottlund Verlag, per esempio. Adoro anche i libri di Marc Hundley e ho appena preso un suo poster da Printed Matter. In pratica, tutte quelle pubblicazioni in cui gli artisti sono coinvolti in tutte le fasi dal design alla produzione. Josh Smith, naturalmente. E il mio libro preferito di tutti i tempi, che regalo sempre a tutti, è il libro di poesie di David Berman intitolato Actual Air.

 

 

 

 

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