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Danse Macabre

Camminando lungo le Corderie dell’Arsenale, imponente sede della Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, a un certo punto ci si imbatte in cinque strani personaggi. Disposti in sequenza, uno di fianco all’altro, appartengono a una serie di lavori  della prima metà degli anni Sessanta dello storico artista italiano Enrico Baj (1924–2003).

Da lontano sembrano dei quadri, ma avvicinandoti capisci di essere di fronte a degli assemblage un po’ bric-à-brac: strati di materiali comuni, domestici, come bottoni, quadranti di orologi, nappe e ninnoli, adagiati su sfondi realizzati con tappezzerie colorate e tessuti fantasia. Con titoli che sembrano nomignoli – Dama, Femme Habile, Ma Petite, Diane de Poitiers e Pussy-cat – queste composizioni danno vita a figure antropomorfe simili a burattini inanimati, lì a fissare lo spettatore a metà tra il divertito e il minaccioso.

L’oscillazione tra il senso dell’umorismo e il senso del macabro, del resto, riassume bene l’attitudine di Baj, artista irriverente, iconoclasta, politicamente impegnato e allergico a ogni forma di autorità, il cui lavoro può in fondo essere letto come uno sberleffo alla seriosità dell’avanguardia. Così come la presenza stessa di un artista come Baj riassume bene l’atteggiamento di Massimiliano Gioni, il più giovane curatore che abbia mai ricoperto questa carica, nel dirigere e curare questa Biennale di Venezia.

La mostra è intitolata “Il palazzo enciclopedico” e racconta del desiderio umano di conoscere e comprendere ogni cosa, dando ampio spazio ad archivi, collezioni, accumuli, liste, catalogazioni, sistemi e affiancando nomi noti e perfetti sconosciuti, giovani e “antenati”, artisti di professione e amatori, outsider e cani sciolti. Uno sguardo non convenzionale, quello di Gioni, rivolto alle immagini interiori, ai sogni e alle allucinazioni, alle dinamiche recondite dell’io che danno vita all’arte più sorprendente e visionaria.