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Il questionario a zigzag: Yuri Ancarani

La sua ultima opera è esposta alla Biennale di Venezia, ma sono tanti i progetti di Yuri Ancarani che abbiamo visto negli anni: ecco cosa ci ha raccontato nella nostra intervista a zigzag

Artista visivo e filmmaker, il romagnolo Yuri Ancarani è da tempo una presenza forte sulla scena artistica internazionale a cui è riuscita anche la transizione nella cultura pop: la sua installazione da Barney’s su Madison Avenue ha calamitato gli sguardi lo scorso maggio, e fra i suoi contributi al progetto Toilet Paper di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari c’è un video surreale per “Tutto l’amore che ho” di Jovanotti.

Il suo ultimo lavoro, l’inquietante “Da Vinci”, è attualmente esposto alla Biennale di Venezia; nel frattempo, Yuri Ancarani è impegnato come membro della giuria di CinemaXXI, la linea di programma del Festival Internazionale del Film di Roma dedicata alle nuove correnti del cinema mondiale, giuria presieduta da Larry Clark. E al festival partecipa anche con “Ricordi per moderni”, un’antologia di cortometraggi realizzati fra il 2000 e il 2009. Per tutto questo e altro ancora lo abbiamo sottoposto al nostro ZigZag Questionnaire.

 

Nell’immaginario collettivo, la Romagna è terra di cibo, mare, allegria e ballo liscio; quanto di questo immaginario filtra nel tuo lavoro, e quanto invece riesci a raccontare del suo lato più oscuro?

Da sempre la Romagna è un territorio ricco di contrasti dove accanto al ballo liscio ad esempio convive la musica techno delle discoteche. Questo per me è sempre stato di grande ispirazione. Nel mio lavoro infatti, cerco di far emergere il più possibile questi contrasti legati ai cambiamenti in atto.

 

Dicci un colore di cui non potresti fare senza. 


Il blu, che è il colore della notte, nonostante si creda sia il nero. 
Per avere il completo senso di oscurità, le sale cinematografiche devono essere dipinte di blu. il nero al buio viene percepito dall’occhio umano come grigio. Il blu invece diventa nero.

 

Che rapporto hai con la moda, personale e artistico?

È il primo ambiente che mi ha avvicinato al mondo del lavoro. Finita l’accademia ho iniziato a lavorare con due stilisti (Pierangelo d’Agostin e Gunn Johansson) che avevano una linea di abbigliamento di nome Hlam. Erano così innamorati del loro lavoro che mi hanno trasmesso tutta la loro passione nella ricerca dei materiali, dei colori e nel disegno. Mi hanno fatto conoscere il mondo dell’artigianato di alto livello e dell’industria italiana soprattuto in campo tessile. 
È da li che mi sono avvicinato al mondo dell’industria e al cinema industriale.

 



Quanto sei affascinato dalla contaminazione e dalla distruzione provocate dalla civiltà umana, e quanto invece ti respingono?

Soffro nel vedere che le realtà sono sempre più globalizzate in ogni parte del mondo. Ma come artista sono quasi naturalmente portato a studiare le dinamiche di questo cambiamento.

 

In qualità di artista e di osservatore del mondo, che rapporto hai con il mutamento dell’estetica maschile osservabile negli ultimi anni?


Che sia un medico o un netturbino… subisco il fascino della divisa.

 

 

Da una ricerca su Google immagini non appari mai con la giacca. È una coincidenza e in realtà hai l’armadio pieno di giacche, oppure..?

Viaggiando molto ci sono abiti che uso più di altri perché mi danno un senso di “familiarità” e a cui mi sono quasi affezionato, però mi capita spesso di perderli tra uno spostamento e l’altro, quindi non posso mai considerarli insostituibili.
Per un certo periodo ho portato una giacca blu di cachemire che ho amato, ma poi l’ho persa e quindi ho dovuto cercare un altro capo da sentire mio. Adesso sono affezionato a una sciarpa e a una felpa che metto sempre, finché non andranno perse e dovrò cercare una nuovo compagno di viaggio, una nuova “coperta di Linus”.

 

C’è mai stato un momento nella tua vita in cui hai detto “Basta con l’arte, adesso vado a fare l’impiegato in posta” o simili?
 

Se lascio il mondo dell’arte è solo per fare l’astronauta.

 

Ci sono artisti o musicisti con cui ti piacerebbe collaborare?


Amo condividere i miei progetti con i musicisti. La fortuna del mio lavoro è proprio questa, poter lavorare a un film con un gruppo di lavoro.
 Se dovessi fare un nome tra tutti, mi piacerebbe lavorare con Brian Eno. L’ho ascoltato così tanto senza che riuscisse mai a stancarmi… Dischi come “Apollo” sono dei capolavori assoluti ed estremamente attuali.

 

Quanto di “Da Vinci” è legato a un tuo personale terrore della malattia?

Quando inizio un nuovo progetto faccio un lavoro di trasformazione su me stesso per potermi sentire più vicino ai protagonisti dei miei film.
 Girando “Da Vinci” mi sono dovuto avvicinare alla psicologia dei medici chirurghi, che sono incredibilmente superstiziosi; di conseguenza il mio terrore era diventato quello di poter cadere nella sfortuna.

 

Se dovessi fare un nome solo, secco, di un genio dei nostri tempi (uomo o donna), chi sarebbe?


Basta città di plastica! Peter Zumthor, architetto ebanista.

 C’è un’abilità che vorresti possedere e che non sei mai riuscito a sviluppare nonostante i tuoi sforzi?
Ah, quanto mi piacerebbe volare!