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Il questionario a zigzag: Fatima Bhutto

Proviene dalla famiglia politica più in vista del Pakistan ma la scrittura è la sua unica, vera vocazione

Fin da quando la scrittrice pakistana Fatima Bhutto si è gettata per la prima volta nel dibattito pubblico,  a soli 25 anni, come schietta commentatrice ed editorialista politica, la sua voce forte, chiara e originale sulle gravi ingiustizie del suo paese non è passata inosservata.

 

 

La carismatica nipote di Zulfikar Ali Bhutto, primo capo del governo pakistano eletto democraticamente, giura di non entrare mai in politica, una professione che negli ultimi 35 anni ha decimato la sua famiglia. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo libro, Canzoni di sangue, un tributo al padre, il politico Murtaza Ali Bhutto, assassinato da un centinaio di poliziotti davanti alla porta di casa a Karachi nel 1996 quando lei aveva solo 14 anni. Il libro racconta anche la tormentata storia del suo paese, che ha soltanto 67 anni, e l’ascesa della potente dinastia Bhutto, originaria di Sindh. Da allora, Fatima si è buttata alle spalle la tragedia personale per seguire il suo vero destino – fare la scrittrice –  compiendo il passaggio alla narrativa con l’eccellente romanzo di esordio L’ombra della luna crescente.

 

 

Ambientato a Waziriztan, una delle zone tribali autonome del Pakistan settentrionale, di cui attualmente si sente molto parlare al telegiornale, è la storia di tre fratelli che devono partecipare alle preghiere del venerdì in tre diverse moschee perché per loro la vita è diventata troppo pericolosa per pregare insieme.

Attraverso le storie di sfondo dei suoi variegati personaggi, tra cui due donne, capiamo il dilemma del vivere in un paese dilaniato da molte forze diverse, i Talebani, l’esercito, i droni americani in cielo, e come la gente del posto debba talvolta prendere decisioni discutibili solo per poter sopravvivere.

Poetico e malinconico, il romanzo di Bhutto è anche ricco di suspense e assume a tratti toni da thriller, oltre a delineare un quadro più chiaro della situazione, e dare al lettore una comprensione intuitiva di cosa dev’essere veramente la vita quotidiana per chi vive in ostaggio nel proprio paese, nella terra natale dei suoi antenati.

Quando hai capito con chiarezza che volevi fare la scrittrice?

 

Non ricordo di aver desiderato altro che fare la scrittrice. Ero affascinata dai libri e dalle parole e scrivevo sempre racconti e lettere e poi li graffavo insieme in modo che sembrassero libri. Adoravo leggere ed ero attratta dalle biblioteche e dai luoghi lontani che sono accessibili soltanto con l’immaginazione.

 

Chi ti ha incoraggiata?


Entrambi i miei genitori, ma in modo diverso. Mio padre fu il primo a portarmi in biblioteche e librerie e mi ha sempre incoraggiato a scrivere – anche se vivevamo sotto lo stesso tetto mi scriveva delle lettere e me le infilava sotto la porta come se fossero arrivate per posta. Io gli rispondevo e mettevo le buste sulla sua scrivania. Mia madre invece mi leggeva libri di sera e sussurrava le parole, leggendole con riverenza; ascoltarla mi creava un senso di meraviglia.

 

Com’è stato il viaggio nella tua prima opera di narrativa, che cosa hai imparato?


A rinunciare al controllo. È molto difficile perché nella saggistica sei tu a decidere tutto – stabilisci quali ricerche utilizzare, chi intervistare, se sostenere il tema in questione o se opporti. Ma la narrativa è questione di empatia, richiede compassione – non ha spazio per le posizioni di parte o i giudizi. E per fare questo devi fidarti dei personaggi e osservarli invece che dirigerli.

 

Come ti è venuta in mente la storia?


A poco a poco. Ero disturbata dall’idea di una famiglia separata dalla violenza. Ma volevo anche parlare di tradimento e di quanto si deve tradire per sopravvivere nel mondo moderno.

 

 

Come si sono sviluppati i personaggi e la trama?


I personaggi crescevano costantemente e ogni volta che pensavo di capire, loro e le loro decisioni prendevano una direzione diversa, e così sono stati loro a stabilire la trama. In molti casi mi sono stupita di come qualcosa che pensavo che sarebbe accaduto svaniva mentre scrivevo una scena ed era sostituito da una nuova possibilità o prospettiva. Nella narrativa c’è una grande libertà – osservi come testimone, non hai il potere di decidere o dirigere. È il momento, più che l’autore, ad avere maggiore autorità.

 

Provieni da una famiglia politica e non hai intenzione di entrare in politica. Per te scrivere è il modo migliore per promuovere il cambiamento sociale e parlare di problemi che ti stanno a cuore?


Mi piace quello che ha detto Octavio Paz sui doveri di uno scrittore – l’unico dovere è osservare il mondo circostante nel modo più veritiero possibile. Tutto qui. Lo scrittore non ha l’obbligo di promuovere il cambiamento o istigare la protesta ma se c’è qualcosa in cui crede fermamente è chiaro che cercherà di richiamare l’attenzione del pubblico.

 

Dici che nell’Asia meridionale le donne sono molto forti: perché le leggi federali non le proteggono e perché, malgrado la loro forza, non sono state capaci di opporvisi?


Le donne sono forti perché lottano con un senso di appartenenza e di coesione – la loro resistenza è pacifica e serve non soltanto per aiutare se stesse ma la comunità di donne che le circonda. In realtà si può vedere in tutto il mondo, non soltanto in Asia meridionale. Ma le donne dell’Asia meridionale sono forti perché combattono una grande ingiustizia. Il potere che c’è dietro quelle leggi è enorme – il peso dello stato, dei tribunali, della comunità giuridica, di molte parti della società e della polizia. Se uno di questi gruppi si schierasse dalla parte delle donne che ne patiscono brutali conseguenze per quanto tempo potrebbero durare? Non molto. Ma perché queste misure cambino, le persone devono essere unite, lavorare fianco a fianco e combattere la loro battaglia come se fossero una sola. E questo non è ancora accaduto.

 

Hai speranza che queste leggi, per esempio le deplorevoli leggi hudud [in base alle quali, tra le altre cose, la lapidazione a morte per adulterio fa parte della legge federale] in  vigore in Pakistan dal 1979  grazie al Generale Zia vengano abbandonate in un futuro imminente?


Sì. Leggi così barbariche e ingiuste non possono rimanere in vigore per sempre.

 

Quali sono i maggiori impedimenti che frenano il Pakistan, un paese ricco di risorse naturali?


Le voci del popolo sono limitate a un piccolissimo gruppo di persone – soffocando quelle voci il potere viene accentrato nella mani di pochissimi. È uno dei motivi di così tanti eccessi – il Pakistan è un paese vibrante con moltissime filosofie, lingue, religioni e tradizioni diverse. Non è un luogo a senso unico, è un luogo di mille ideali diversi ed è tempo che cominciamo ad aprire le porte affinché vengano espressi.

 

 

 

 

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