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Il questionario a zigzag: Diana Patient

I ritratti sono la sua specialità, anche quando ne è la protagonista come in questi scatti dove indossa alcuni capi Missoni Vintage

“Prendo un pensiero, una storia, una teoria e la trasformo in realtà usando location meravigliose, abiti, movimento. Quando creo, sono alla ricerca di intelligenza e bellezza”. La fotografa londinese Diana Patient ha lavorato per la stampa, fotografato ballerine di danza classica e realizzato servizi di moda, ma la cosa per cui è più conosciuta sono i suoi ritratti e autoritratti sognanti e romantici. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei sull’arte dell’autoritratto, le selfie e la capacità di sorridere con gli occhi.

 

Qual è il ruolo dell’autoritratto artistico nell’era delle selfie?

L’autoritratto artistico è proprio questo: artistico e influenzato dall’arte che lo ha preceduto. Prosegue il discorso iniziato per noi da Rembrandt e Cindy Shermam, che rappresentando se stessi hanno messo in discussione il ruolo dell’artista e del soggetto. La selfie è un’affermazione di status. È un metodo di self-branding, mentre l’autoritratto artistico è una forma di espressione del sé. I miei autoritratti non sono rappresentativi di quello che sono come persona; io sono il mezzo che utilizzo per esplorare e ridiscutere il ruolo del fotografo e del modello nella fotografia di moda.


I ritratti sono la tua specialità: che cosa ti ha attirato verso questa forma espressiva, piuttosto che verso altre forme di fotografia?

Mi piacciono i volti e i leggeri cambiamenti nelle espressioni delle persone potrebbero tenere me e la mia macchina fotografica occupate per ore. Mi interessano anche le identità delle persone e quello che possono essere. Credo che l’io sia qualcosa di fluido, e che lo diventi ancora di più quando abbiamo davanti una macchina fotografica. È una situazione che giustifica molte azioni in apparenza folli che ci viene voglia di compiere. È liberatoria.


In alcune culture si ritiene che la fotografia rubi l’anima alle persone. Anche se è vero che una foto fatta bene rende visibile l’anima, pensi che sia necessario spingersi così in là per ottenere un buon ritratto?

Penso che le sessioni di ritratto siano molto coinvolgenti dal punto di vista emotivo. Mi trovo ad affrontare o accettare le insicurezze e i sogni delle persone, e si lavora insieme per arrivare a una visione comune. Quando fai un ritratto c’è sempre un margine di coinvolgimento con l’anima di un individuo. Non credo sia possibile rubarla, ma con le fotografie più spontanee si finisce per fornire una definizione della loro anima anche a loro insaputa. Catturi la loro impressione e dici qualcosa di chi sono senza che lo sappiano. Il momento viene reso immortale e la nostra possibilità di scegliere come autodefinirci viene così limitata.


Qual è la tua idea di bellezza umana?

La bellezza è molto difficile da identificare. Appena metti nero su bianco quello che trovi bello è facile poi discutere con quella definizione. La bellezza sta davvero nell’occhio di chi guarda. Per quanto riguarda la bellezza umana, io non credo che la bellezza fisica dovrebbe essere limitata e attribuita a pochi, ma non è una decisione che posso prendere io: la prendiamo noi tutti insieme come cultura, scegliendo a chi fare complimenti e chi eleggere eroe o eroina. Ci sono tanti dettagli che io trovo bellissimi, e mi trovo di continuo a prendere decisioni sulle fotografie basate su quello che penso sia bello – un pensiero che brilla negli occhi, la linea di un collo, la curva di un sorriso – ma la bellezza è qualcosa che va inseguito e mai afferrato. Dopo una sessione, i miei soggetti spesso guardano le loro foto e scoprono un modo nuovo di essere belli, vedono la loro stessa bellezza attraverso la mia lente.

Qual è il ruolo della moda nella tua arte?

La moda ci consente di esprimere nuovi lati di noi stessi. Io mi sveglio ogni mattina e voglio esplorare un nuovo personaggio attraverso gli abiti che indosso. Adoro la moda. “Chi possiamo essere?” è una domanda che faccio spesso, e gli abiti che scegliamo sono la risposta. Gli abiti, o la mancanza di abiti, raccontano la storia del mio soggetto e creano le linee e la composizione del lavoro.

 

La fotografia di moda è sotto accusa per il suo uso eccessivo di Photoshop. Tu cosa ne pensi?

Abbiamo il dovere di utilizzare Photoshop in maniera responsabile. Non credo che le persone dovrebbero usarlo per paura, la paura di non essere abbastanza magri o di non avere la pelle perfetta, ma piuttosto per aggiungere valore artistico o esprimere una visione. Ci sono due tipi di fotografie: una che vende un sogno e una che mostra l’anima delle persone e non possono essere parte della stessa visione collettiva.


Hai un modello o una modella preferiti (oltre a te stessa) che hai fotografato più volte?

Quando ero più giovane fotografavo solo mia sorella, e c’è qualcosa di speciale nel conoscere a fondo una persona. Ora lavoro spesso con persone che conosco e mi piace il concetto di “musa”. Sono sempre entusiasta di incontrare persone nuove; se trovo qualcosa di speciale nel modo in cui si muovono e nella loro spontaneità possono diventare mie muse.

 

C’è qualcuno che vorresti fotografare ma non ne hai ancora avuto la possibilità?

Mi piacerebbe moltissimo fotografare Ian McKellen o Lana Del Rey, oppure una signora russa sull’Orient Express. Ho sempre sognato di creare un reportage fotografico su un viaggio a bordo dell’Orient Express. Mi immagino una foto di una signora dentro una delle carrozze, seduta immobile mentre si muove velocissima, con indosso delle pellicce perché fuori fa freddo, e penso sia russa. Sto aspettando di poter scattare quella foto.

 

Sei capace di sorridere con gli occhi?
Sì, è il genere di sorriso che preferisco quando sono lontana dalla macchina fotografica.