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Bizzarra in nero

Molto prima dell'arrivo di The Sartorialist e Internet, la moda prendeva ispirazione dall'uomo "qualunque": il libro di Giulio Confalonieri pubblicato da Missoni nel 1978 offre una nuova e inaspettata prospettiva dell'essenza dello street style

Gli archeologi del trentesimo secolo avranno strumenti post-digitali al posto delle dita, e useranno l’infra-sguardo per controllare cosa rimane nelle scatole rigide abbandonate in case sommerse, trovando centinaia di foto di persone per strada, vestite con grazia e attenzione, come lanciate su una passerella, insieme sicure e insicure, imperfette, inventive.
La fotografia di moda fatta per strada, grazie al successo di blog come The Sartorialist, è diventata nell’ultimo decennio protagonista cruciale dell’estetica quotidiana contemporaneama non è una novità del nostro tempo: ci sono diversi segni di anticipazione, nella storia del costume dell’ultimo mezzo secolo.

 

 

Uno dei più peculiari, e divertenti, è il meraviglioso elegante smilzo volume pubblicato da Missoni alla fine degli anni ’70, Bizzarra in Nero, un progetto fotografico dell’art director Giulio Confalonieri, che in quinterni di fogli colorati espone una dopo l’altra una cinquantina di immagini da lui scattate per le strade di Milano, ritraendo persone di ogni tipo, ma ben lontane dallo stereotipo della sfilata, immerse nel semplice gesto di farsi guardare, e di farsi guardare mentre vivono, o piuttosto ancora di “vivere”. Sono foto in bianco e nero, persone che definiremmo con un’orrida aggettivazione molto in voga nelle conversazioni di ogni ordine e tipo, “normali”.

 

 

Ma cosa significa “normale”? Probabilmente “statistico”. E in effetti le immagini raccolte in questo libro ormai introvabile sono “statistiche”, nel senso che corrispondono al bouquet visivo che uno associa a quel periodo, all’asfalto della grande città, alla complice sequenza delle ore e dei giorni nelle vite individuali di cui non si sa niente.

 

Non ci sono nomi. Non ci sono storie. Ci sono abiti, vestiti, accessori, pose. Ci sono sopratutto, poi, le fantastiche didascalie (tratte da alcuni numeri di Vogue Italia di quegli anni) descrittive e narrative insieme, a tratti oscure, involute, che accompagnano i make up vestimentari delle signore e dei signori ritratti con lo sfondo di un altro tempo.

 

A volte modesti, a volte grigi, a volte inusitatamente sfavillanti. A volte ultrarealistici. Ma sempre descritti come se fossero creazioni di altissima sofisticheria, come se fossimo sulle pagine di Vogue di Diana Vreeland, ma con una piega barocca tutta italiana, e un’infinita applicazione snob e insieme delicata, come un giro d’orlo concluso a ogni giro di frase, a ogni scelta sintattica, a ogni virgola, e sul bordo definitivo che separa ogni virgola dallo spazio seguente.

 

Gianluigi Ricuperati

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